Si torni a investire sulla piccola e media impresa. L’amara e istruttiva lezione Electrolux

L’affaire Electrolux è l’ennesimo capitolo di quel libro – verità che in questo Paese ci si ostina a non voler leggere. Sono pagine istruttive e che dovrebbero mettere in guardia sul fatto che l’Italia non ha il physique du rôleper essere appetibile alle strategie delle multinazionali al tempo della globalizzazione. Qui ai grandi gruppi non conviene più investire: il costo del lavoro minimo indispensabile per vivere in Italia è spesso due o tre volte più elevato che in altre nazioni europee, per non parlare della tagliola della burocrazia e dei ritardi insopportabili della giustizia. E si potrebbe proseguire senza timore di essere smentiti.
Certo la vicenda Electrolux presenta, prima di tutto, drammatici risvolti umani e etici: non capisco come si possa chiedere a un lavoratore di accettare una riduzione del compenso del 30 o 40 per cento; francamente è una proposta irricevibile. Mi auguro che si provveda a fare marcia indietro. Detto ciò, rimane il problema di fondo: questo è un Paese non più competitivo per la grande impresa. In perenne assenza di piani di industrializzazione e che necessita di un’Europa non solo legata da un’unica moneta, ma che sia veramente una federazione unita, con una sua politica industriale. Perlomeno negli ultimi quarant’anni i Governi che si sono succeduti sono andati avanti dispensando illusioni; convincendosi, e convincendo, che l’Italia è una grande potenza industriale. Invece, i numeri suggerivano ben altre riflessioni e strategie da intraprendere. Si è deciso di non fare nulla sperando, come sempre, nella buona stella. E i risultati sono lì da vedere: le aziende investono sempre meno in questo Paese, per la confusione e lo stallo perenne. Portano le unità produttive in quei luoghi dove tutto è più snello e costa decisamente meno. Magari lasciano qui qualche ramo più glamour, come specchietto per le allodole – si veda ad esempio il design, ma per il resto (cioè per il core business), testa e cuore sono ormai da altre parti. Siamo giunti al classico punto di non ritorno. Laddove è inutile e sfiancante continuare a rincorrere i colossi non avendo i requisiti per reggerne l’urto: sul mass market l’Italia non può più dire la sua, se mai l’ha detta per davvero. Puntare oggi sulla grande industria è come voler salire sullo Stelvio in bicicletta con rapporti insostenibili: i muscoli cedono e così al primo, o al massimo al secondo tornante, ci si impianta sui pedali e si scivola all’indietro. Morale? Come al solito vado controcorrente e dico con estrema chiarezza che questo benedetto Paese può rialzarsi solo se torna a valorizzare quel che è il suo patrimonio più prezioso: la piccola e media impresa. Su quel terreno può giocare la sua partita e vincerla. Perché l’eccellenza italiana non teme confronti. Anche oggi. Qui abbiamo la creatività, il gusto artigianale di saper fare le cose per bene, la passione per il lavoro fatto su misura. La ricchezza dell’Italia sono le migliaia di botteghe, anche tecnologicamente innovative, che producono beni a prova di competitor. Allora io dico: torniamo a investire sulle pmi anziché proseguire a vessarle con interventi capestro che indicano solo miopia. Piccolo è bello, dunque. Perché in Italia, realisticamente, non rimane più spazio per la grande industria manifatturiera. Che i decisori facciano in fretta ad aprire gli occhi su questa realtà. Perché il ritardo accumulato è già pesante. Purtroppo, questo è il Paese delle occasioni mancate. Non gli riesce proprio di valorizzare la propria ricchezza. La propria materia prima. Penso al grande patrimonio artistico e alle bellezze naturali che tutto il mondo ci invidia. Quello è il nostro oro, il nostro metallo prezioso, il nostro petrolio. Ma noi lo trattiamo quasi fosse una moneta di scarto. Siamo maestri dell’auto da fé. Insomma, urge ridare lustro al nostro Paese. In tutti i sensi.