I big della finanza al lavoro per papa Francesco. I nostri governanti perché non fanno lo stesso?

Davvero un buon metodo quello messo in pratica da papa Francesco. E qui non faccio riferimento alle sue innumerevoli iniziative nel campo della pastorale. Mi soffermo, invece, su alcune decisioni prese dal Pontefice in qualità di uomo di governo responsabile del buon funzionamento della macchina pubblica del suo Stato. Ebbene, in modo realistico e lungimirante, Jorge Mario Bergoglio ha deciso di affidarsi a specialisti del ramo, prima di mettere mano a provvedimenti innovativi.
Un lavoro di un certo peso, visto che si tratta in modo particolare di conti e assetti organizzativi. Prima di tutto ha affidato la “direzione d’orchestra” ad un laico, l’economista maltese Joseph Zahra. Quindi ha proceduto con la nomina di un nucleo di consulenti di alto lignaggio, società big a livello internazionale: Promontory Group per la verifica dei conti correnti allo Ior e l’analisi della situazione nell’amministrazione del patrimonio apostolico (Apsa); Ernst&Young per una ricognizione delle attività economiche e i processi di gestione del governatorato della Città del Vaticano. E ancora: McKinsey chiamata a contribuire allo sviluppo di un piano integrato allo scopo di rendere l’organizzazione dei mezzi di comunicazione della Santa Sede più funzionale, efficace e al passo con i tempi. Mentre il network internazionale Kpmg ha la responsabilità di allineare le procedure contabili di tutti gli enti del Vaticano con gli standard internazionali. Insomma, una squadra di grande profilo al lavoro, per favorire quella trasparenza che precede qualsiasi svolta virtuosa. Un bel segnale di buon governo. Tutto il contrario di quanto accade in Italia. All’azienda Italia. Dove si continua a parlare di risanamento della finanza pubblica senza andare mai al cuore del problema. Perché qui, ahimè, continua ad essere un tabù la conoscenza dello stato patrimoniale del Belpaese. È incredibile, ma vero: questo è uno Stato che non è minimamente nelle condizioni di presentare un bilancio e men che meno un bilancio consolidato. Con conti del tutto fuori controllo per la semplice e drammatica ragione che gli Enti Locali, insieme alle società controllate dalla Pubblica Amministrazione, viaggiano con gestioni prive di qualsiasi criterio. E alle necessità finanziarie che inevitabilmente si accumulano si provvede – o ci si illude di farlo – grazie al pronto soccorso degli Istituti di credito che non si fanno problemi a prestare denaro, ben consci che quelle sono realtà che non potranno fallire. Così la finanza pubblica diventa un circolo perverso per realtà incancrenite. Davanti a questa brutta fotografia è impensabile mettere in atto un serio piano di ristrutturazione. Allora si prova con qualche operazione sporadica e asfittica. Destinata a fallire in partenza. Invece, occorrerebbe finalmente una svolta radicale. Che qualche affermata società (professionisti esterni alle logiche della politica autoreferenziale e della mentalità vetero-statalista) guardasse per davvero dentro i conti del dissesto; che studiasse analiticamente le ragioni del profondo deficit; che suggerisse, infine, a chi deve decidere quale strada perseguire per dare un po’ di slancio a questo Paese così sfiduciato. Sulla falsariga di quel che sta facendo il primo cittadino d’Oltretevere. Con spirito francescano e impeccabile mentalità imprenditoriale.