L’Italia non è più un paese per imprenditori

Una cosa è certa: questo non è un Paese che vuole bene alle sue imprese. Sono esagerato? Quanto lo vorrei. Ma se ogni giorno ci sono cinquanta aziende che portano i libri in tribunale, allora sono le cifre a darmi ragione. Apprezzo i tentativi del governo Letta di voler attirare investimenti e facilitare la vita delle aziende. E’ il suo mestiere. Però, allo stato attuale, mi paiono pannicelli caldi, perché la realtà continua ad essere drammatica e lo dico per il contatto quotidiano che ho anche con le piccole imprese.
Questo è un Paese che tutte le settimane ci regala una nuova norma e agli imprenditori (ma il problema riguarda ovviamente tutti) gli si drizzano immediatamente i capelli in testa; perché significa l’ennesimo regalo alla burocrazia che, peggio di così si… chiude. Infatti, nel corso di questi anni, quante “fabbrichette” e quanti piccoli capannoni, che rimandano a quella sana terra che si chiama Brianza, hanno dovuto tirare i remi in barca? Tanti, troppi. Ma è possibile che si assista a questa demolizione pezzo a pezzo senza far nulla, quasi fosse un segno del destino?
E’ uscito recentemente un istruttivo rapporto intitolato Doing Business 2014 prodotto dalla Banca Mondiale. Lì vi sono numeri che spiegano la drammaticità della situazione in Italia per le imprese. Ebbene, il Belpaese occupa il 112° posto al mondo per quanto riguarda il tempo medio di ottenimento di permessi edilizi, con una durata media della pratica di 233,5 giorni e 11 procedure da ottemperare. Si tratta dei classici tempi morti che portano a un solo risultato: il prosciugamento, di quasi un miliardo l’anno, del fatturato delle aziende (che già di per sé al tempo della Grande Crisi non è particolarmente sostanzioso). Il che, inevitabilmente, produce disoccupazione (almeno 6mila posti di lavoro secondo i calcoli prodotti da Confartigianato). C’è, poi, l’annosa questione del carico fiscale sulle aziende. Che in Italia pesa ormai per il 65,8%, ben più della Gran Bretagna (34%), della Germania (49,4%) e della Spagna (58,6%). Siamo in buona compagnia della Francia di Hollande (64,7%): un Paese che ha sterzato pericolosamente verso posizioni di marcata impronta statalista. Infine, il report della Banca Mondiale ci ricorda che l’Italia occupa la posizione, ben poco invidiabile, numero 109 nella classifica dei Paesi dove è più facile ottenere credito. Anche qui, al primo posto vi è la Gran Bretagna, mentre la Germania si colloca al 28° posto. E anche la Francia, in questo caso, ci distanzia parecchio (55°). E’ chiaro che davanti a una fotografia così disarmante diventa improbo rimettersi in carreggiata. E non si può neanche dire che le cose siano precipitate solo negli ultimi anni. Ho voluto proprio riprendere tra le mani il mio ultimo lavoro, BancaRotta, e lì ho ritrovato articoli che si soffermavano sulle continue vessazioni alle quali veniva sottoposta l’imprenditoria italiana, in modo particolare quella più piccola e perciò più esposta ai soprusi. Passa il tempo, ma i nodi al pettine non vengono mai sciolti. Perché ai molti, che hanno sempre goduto di privilegi e di rendite di posizione, non conviene. Ma allora non stupiamoci se nessuno vuole più venire a investire da noi e se non poche pmi si vedono costrette alla resa.