Bad bank, per il piccolo imprenditore potrebbe essere l’anticamera della fine

In questi giorni è tornato di moda a un argomento che ben dimostra a quale livello sia giunto il nostro sistema finanziario (con la benedizione della politica): come ripulire i bilanci delle banche italiane dai crediti deteriorati. Secondo le ultime stime dell’Abi le sofferenze nette hanno superato la soglia dei 150 miliardi. E si tratta, obiettivamente, di una massa enorme di denaro. Tuttavia, andrebbe detto a chiare lettere che la causa principale di questa voragine non può essere imputata alla stagione della Grande Crisi che sta colpendo in primis piccole imprese e famiglie, ma piuttosto a una gestione disinvolta degli Istituti di credito che negli anni mai hanno cessato di erogare ingenti crediti né svariate decine di miliardi di euro e in assenza di adeguate garanzie, soprattutto di restituzione.
Quindi, attenzione a credere ciecamente che lo sblocco di queste partite “incagliate” (le definizioni si sprecano) serva soprattutto alle banche per tornare a disporre di finanza fresca allo scopo di venire incontro alle esigenze di pmi e famiglie. I soccorsi alle banche ci sono sempre stati e i risultati per l’anello debole della catena si sono visti. Ma sempre in negativo! Il riferimento a come le banche hanno utilizzato il generoso prestito della Bce di Mario Draghi (con tassi all’1%) non è puramente casuale.
Ma torniamo alla strada che si vuole imboccare per venire in soccorso del sistema bancario soprattutto in vista della vicina scadenza dei controlli della BCE . Si parla di dar vita alla formula della Bad bank, un’entità a latere nella quale far confluire la “spazzatura” degli Istituti di credito. Vale a dire una società che acquisti dalle banche i prestiti a dir poco zoppicanti ovviamente a un prezzo di saldo rispetto al loro valore nominale. Leggo che la querelle si sta accendendo sulla caratteristica che dovrebbe assumere la Bad bank all’italiana: deve avere comunque il volto della partecipazione pubblica oppure è preferibile una sagoma tutta privata? Da più parti si teme che alla fine sia il contribuente a doversi accollare l’onere di siffatta operazione. Il che, visto che siamo in Italia e visto che al centro dell’attenzione vi sono gli aiuti per le banche, non è certo un’eventualità remota. Ma mettendoci per un istante nei panni del piccolo imprenditore in stato di “sofferenza” con il proprio Istituto – e nessuno, politici o giornalisti e men che meno i banchieri, lo dice – la cessione a terzi del suo debito, potrà creare ulteriori grandi problemi. Finirebbe direttamente dalla padella nella brace. Insomma, l’anticamera della fine. L’impressione è che qualsiasi soluzione venga presa sia sempre e comunque nell’ottica di salvaguardare le banche. Perché il loro destino è ritenuto strategico (su questo nulla da dire); però ci permettiamo di sottolineare che lo è altrettanto quello della piccola impresa. Perché se essa muore, si spegne il sistema Paese. Pertanto non ha senso adottare metodi senza tenere conto dei problemi delle pmi. L’economia reale si merita altro. Formule di soccorso all’artigiano e al piccolo imprenditore che lo liberino dall’angoscia e aiutino la sua azienda a risollevarsi. Si studino allora strumenti partecipativi per ridare loro fiato, come fu di moda per i grandi debitori. I debiti vanno saldati, ma le vie per farlo possono essere molteplici anche tesi al recupero del debitore.