La «bad bank» non piace più. Ora vere soluzioni per le Pmi

Adesso la Bad Bank, che sapeva di formula con partecipazione pubblica, sembra non piacere più a nessuno. Le parole di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, raccolte sull’ultimo numero di Panorama, suonano come un de profundis: “A Noi di Intesa San Paolo la Bad Bank non interessa: il problema delle sofferenze ce lo risolviamo da soli, cercando di riportare in bonis più clienti che possiamo”. Tuttavia, si tratta di capire quali strategie si intendano adottare. Se la strada – come leggo in questi giorni – è quella di un’operazione che unisca Intesa e Unicredit con un paio di prestigiose società di consulenza americane, non credo si uscirà facilmente dall’impasse. Chi opera negli Usa si trova a confrontarsi con una legislazione differente. Un salvataggio come quello operato con Chrysler, attraverso il Chapter 11, qui da noi non sarebbe mai potuto avvenire. Temo per i soggetti americani un impatto traumatico con la realtà del nostro Paese. All’ottimo Messina e con lui a Federico Ghizzoni, il pari grado di Unicredit, suggerisco una mossa meno altisonante, ma più adeguata ai bisogni reali delle piccole imprese, il vero patrimonio dell’Italia. Perché non ascoltare i professionisti che quotidianamente operano sul campo per trovare, insieme ai Brambilla, le soluzioni più realistiche davanti alle oggettive difficoltà delle proprie aziende? Far calare dall’alto iniziative frutto di ragionamenti maturati in riunioni esteticamente ineccepibili non rappresenta la salutare scossa che necessita l’economia reale. Le banche, soprattutto le più grandi, devono tornare ad essere l’interlocutore privilegiato delle piccole imprese. Il chiaro pensiero di mantenere in bonis le aziende debitrici, enunciato dal dottor Messina, dovrebbe arrivare forte e chiaro ai funzionari incaricati di seguire le singole posizioni. La realtà è diversa, spesso la pratica di un’azienda in ristrutturazione con attività svolta nella provincia di Milano, è seguita da un funzionario che risiede a Napoli o a Verona. Una perdita di tempo ed una inefficienza non giustificabile! Servono provvedimenti immediati da parte degli istituti di credito. Il governo faccia una riforma per la soluzione delle crisi aziendali, magari “resuscitando”, con le dovute correzioni, la vecchia “amministrazione controllata”: immediato stand still per due anni, gestione all’imprenditore, controllo da parte dell’autorità giudiziaria attraverso un professionista specializzato.
Marta says:
Come non essere d’accordo!
Corriere di oggi, giovedì 19 marzo – pag. 41 “economia” : 2,4 milioni all’anno al Sig. Messina! Si, credo che si possa sforzare per cercare buone soluzioni …