Il valzer delle promesse e la realtà delle pmi che chiudono

Recentemente è stato pubblicato il primo report di Cerved – agenzia di rating che presidia in modo particolare il territorio delle piccole e medie imprese – dedicato al settore delle pmi. Purtroppo i numeri sono poco edificanti. Infatti, dall’inizio della Grande Crisi, l’Italia ha visto fallire una pmi ogni cinque. Nel dettaglio, su 144 mila realtà censite ben 13 mila sono state costrette a chiudere i battenti; oltre 5 mila hanno avviato una procedura concorsuale non fallimentare e circa 23 mila sono state liquidate in modo volontario.
Così la spina dorsale del sistema economico del Belpaese si va sgretolando sempre più nel quasi totale disinteresse della politica, abile nell’arte, assolutamente viziosa, di promettere quando si tratta di passare da grafici altisonanti alle proposte “terra terra”, che poi sono quelle che interessano all’imprenditore e a chi lavora nella sua azienda. Sette anni di dura crisi vissuti dalle imprese nella totale solitudine. Sette anni psicologicamente terribili perché, in molti casi, hanno contribuito anche a minare l’autostima di quelli che affettuosamente chiamo da sempre i miei “Brambilla”. Per me persone prima che clienti. Affrontando quotidianamente i mille problemi che li attanagliano alla ricerca della soluzione migliore per uscire dalle secche, devo dire in tutta franchezza che i numeri forniti da Cerved non mi hanno colto alla sprovvista. Le proporzioni di tale emorragia purtroppo mi erano e mi sono note. Così come l’imbarazzante impasse dei decisori e i complicati rapporti con gli Istituti di credito. Non vedo iniziative forti per favorire la ripresa economica del Paese; non colgo segnali di una strategia dell’attenzione verso le pmi. Leggo solo di sfinenti incontri per arrivare ad una sulla legge elettorale. Mi chiedo: ma è quella la priorità? I piccoli imprenditori alle corde vorrebbero altro; non elargizioni secondo vecchi modelli assistenzialistici bensì riforme che consentano di stare sul mercato e di vivere una sana competizione con le imprese di altri Paesi, come ad esempio le aziende tedesche o quelle delle realtà scandinave. Devo dire che un po’ confidavo nell’introduzione della formula dei mini – bond per reperire risorse finanziarie. Invece, gli analisti del Cerved assicurano che non vi è stato alcun decollo dei mini – bond, che l’accoglienza è stata per lo meno tiepida: solo 29 aziende hanno emesso finora obbligazioni finanziarie per un valore che si è fermato a 226 milioni. La fetta maggiore della torta dei mini bond agevolati sul piano fiscale è andata per il 95% alle grandi imprese. Questo cosa sta a significare? Che la formula è azzeccata, ma che di mini questi bond hanno ben poco. Se non si vuole che tutto finisca ancora una volta in una bolla di sapone, andranno velocemente rivisti i parametri, affinché vi possano aderire con decisione proprio gli imprenditori piccoli e medi, quelli che soffrono di più e hanno meno armi per difendersi. Il ministro Pier Carlo Padoan – convinto sostenitore di questa opportunità – dovrebbe prendere in mano con forza la materia per ricalibrarla in modo più realistico. Ovvero più corrispondente al mercato reale.