Un’agenzia di rating per le Pmi? A certe condizioni è una strada praticabile

Un’agenzia di rating per le piccole e medie imprese? Potrebbe essere una buona cosa. Chi mi conosce, o anche solo chi ha la bontà di leggere quel che scrivo, sa perfettamente che mantengo una certa riserva verso la tradizionale attività di queste realtà dedite ad emettere giudizi che non sempre paiono tener conto di tutti i fattori in gioco. Professionisti della valutazione possono così determinare atteggiamenti, attenzioni, azioni e anche sanzioni verso i soggetti che finiscono sotto la loro lente di ingrandimento. L’Italia – come va di solito agli scolari che studiano poco e non consegnano i compiti con regolarità – spesso finisce dietro la lavagna, bacchettata e invitata a darsi una regolata. Che il nostro Paese non rappresenti l’immagine dello studente modello si dà all’evidenza, tuttavia quel che fuoriesce dai paper delle agenzie non appare sempre l’esito di una fotografia messa bene a fuoco. Come se, a volte, dietro quell’aplomb di indubbia serietà, si palesasse un metodo perlomeno discutibile, quasi che quelle valutazioni fossero, per così dire, eterodirette. Detto più chiaramente: pagelle dettate più da logiche “interessate” che dal vero e proprio stato dell’arte. Detto ciò, lavorare nella direzione di un’agenzia di rating dedicata al mondo delle Pmi potrebbe favorire il credito verso le piccole imprese superando la reticenza delle banche, mai come ora, poco inclini ad erogare prestiti. Un’analisi corretta della situazione non potrebbe che favorire il mercato nel suo complesso. Ben vengano, dunque, tutte quelle informazioni che, supportate da rigore e serietà, consentano di creare giudizi di consenso per profili merceologici e per segmenti di fatturato. Io vedrei bene un’agenzia di rating per le Pmi che nasca sotto il cappello autorevole dell’Unione europea; accompagnata da un’estensione di forme di garanzia governativa sui relativi prestiti. In questo modo si otterrebbe una tenuta sicuramente migliore e una struttura dei “ponti” che uniscono le piccole e medie imprese alle istituzioni finanziarie e ai mercati di riferimento. Sono convinto che l’istituzionalizzazione del rating verrebbe a sbloccare più canali di finanziamento ad alto contenuto potenziale. Faccio solo un esempio: le cartolarizzazioni dei prestiti in grado di sopperire alla mancanza di scala che blocca del tutto alle Pmi l’opportunità di reperire denari sui cosiddetti mercati dei capitali. E’ chiaro che per raggiungere uno scopo così importante è fondamentale che i dati vengano armonizzati con criteri improntati alla semplicità e nell’assoluta trasparenza. Ma c’è un altro aspetto che mi rende sensibile all’argomento: un sistema di questo tipo permetterebbe la sua diffusione anche alle istituzioni non bancarie, le quali, come noto, non hanno accesso a un cospicuo ammontare di informazioni sul mercato dei prestiti, praticamente esclusiva degli istituti bancari. Tutto quel che concorre a far uscire da logiche di monopolio, se sostenuto da iniziative alle luce del sole, non può che recare benefici all’economia reale. Andranno messi dei paletti, certo; un presidio legale che metta tutti gli investitori nelle medesime condizioni per poter agire. Ma principalmente andrà data una risposta definitiva al solito quesito quando sulla scena si presentano le agenzie di rating. Vale a dire: come finanziare le analisi scansando il pericolo del conflitto d’interesse? La strada più saggia potrebbe essere quella di farne pagare il funzionamento a tutti quei soggetti che a pieno titolo ne sono coinvolti: associazioni delle piccole e medie imprese, fondi di investimento, naturalmente le banche e sicuramente l’Unione europea. Così facendo credo che verrebbe garantita, almeno in termini pregiudiziali, la trasparenza delle operazioni. E sappiamo tutti quanto l’economia reale abbia un gran bisogno di trasparenza.