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Home » Gli Articoli di Pompeo Locatelli » Cresce il malcontento dei cittadini verso le regioni malate di centralismo. E l’ora di manager e di advisor esterni alla politica

Ho avuto modo di leggere con molta l’attenzione l’analisi del professor Ilvo Diamanti pubblicata di recente sul quotidiano “La Repubblica”, anche perché richiamato dal titolo scelto: la grande fuga dalle Regioni. E mi ci sono ritrovato nel giudizio di fondo maturato dopo il dato dell’alta percentuale di astenuti alla tornata elettorale amministrativa andata in scena in Calabria e in Emilia Romagna.
Laddove, balzava subito all’occhio, più che la percentuale di fuga dalle urne nella regione del Mezzogiorno, il vero e proprio crollo in una regione storicamente legata al voto di appartenenza. Questa volta pure lì si è verificato lo strappo: gli elettori hanno voltato le spalle alla proposta politica, esprimendo in quel modo un giudizio netto e duro. Diamanti, nell’esprimere il proprio giudizio, lo ha letto come l’emblema di pericoloso deterioramento nel rapporto dei cittadini con il governo del territorio. I potenziali elettori hanno espresso così un j’accuse all’istituzione regionale non più ritenuta rappresentativa, non più avvertita credibile. E io aggiungo: era ora! Non certo perché mi piaccia il progressivo disinteresse dei cittadini verso la politica, ma per la semplice ragione che la misura della decenza è stata superata da molto tempo e allora, ben venga l’astensione se questa forma di protesta civile può servire a far suonare il campanello d’allarme. A suscitare finalmente un esame di coscienza in chi ricopre compiti di rappresentanza politico/istituzionale. In chi, in sede regionale, per un lungo arco temporale ha coltivato interessi personali e degli eletti anziché quelli generali, ovvero della collettività. Qualcuno, anche tra gli osservatori politici, è andato scrivendo che i cittadini erano molto arrabbiati con lo Stato, il governo centrale, il Parlamento, ma che, al contrario, rimaneva in vita una certo rapporto fiduciario con l’Istituzione territoriale. Posso dirlo? A me è parsa perlomeno stravagante tale interpretazione perché, osservando i comportamenti negli Enti Locali, risultava francamente difficile non accorgersi di una drammatica evidenza: le regioni, nei fatti, si sono mostrate più centraliste del centro romano. Hanno replicato sul territorio il peggio dei vizi e delle inefficienze tipiche dei palazzi capitolini. A dirla tutta, le Regioni hanno smarrito da quel dì la ragione. La piaga del malaffare e degli scandali sono divenuti pane quotidiano. Così facendo, anzi come dico sempre “disfacendo”, le Regioni – che dopo l’approvazione del Titolo V della Costituzione dovevano mostrarsi sagge grazie all’aumento di risorse e poteri – ne hanno combinate “più di Bertoldo”. Con il risultato che oggi a raccontare di federalismo nella prospettiva indicata dall’illuminato Piero Bassetti (non a caso primo presidente della Regione Lombardia dimessosi anzitempo dall’incarico perché già si accorgeva di una promessa destinata ad essere disattesa), sembra quasi un parlare alla luna. La strada può essere quella di abolire le regioni? Se i metodi non cambiano, qualcosa di drastico andrà pensato. Ma in questo Paese è tremendamente difficile mettere in atto azioni coraggiose per stanare il diffuso malcostume interno alle Istituzioni (vedi le resistenze di molta politica verso la mossa di eliminare le province). Allora perché non incentivare la presenza negli organismi pubblici territoriali di manager competenti, estranei alla politica? E parallelamente perché non dare in mano la gestione dei conti a società esterne, ad advisor chiamati unicamente a tenere la barra dritta della buona amministrazione. Se i politici, da soli non ci sono riusciti, è giunto il tempo di provvedere. Se si vuole recupere anche solo un poco della disaffezione verso il governo territoriale di noi cittadini/elettori. Anzi, verso la politica tout court.
Mario says:
Il problema è serio e una delle cause è sicuramente la disaffezione verso la politica ed i poltici. Nella regione Emilia ha però pesato anche il vuoto di rappresentanza che c’è a sinistra di Renzi. Quanto ai rimedi, se sono d’accordo che i bilanci delle varie Istituzioni debbano essere certificati da società esterne, ritengo però che la gestione delle Isituzioni debba essera lasciata ai politici. Governi tecnici l’Italia ne ha avuti molti ma non si può dire che abbiano sempre ben operato. Occorre modificare la politica, essa deve diventare quello che dovrebbe essere: un servizio verso i cittadini. Inoltre disertare le urne è fornire carta bianca alla cattiva politica e serve solo ad alimentare movimenti di pura protesta che sono inutili, quando non sono eversivi.