Com’ è dura riformare il Senato dei burocrati

Mollare la “cadrega”, come si dice in milanese, è un esercizio che non va molto per la maggiore nel nostro Paese. Purtroppo è una pratica che si scansa volentieri, quasi fosse un virus. Infatti, quando si arriva a sedere su una poltrona che assicura privilegi e in qualche modo potere (per tacere della voce quattrini) le si studia tutte per mantenersi attaccati a quello scranno prezioso. Per occuparla, se fosse possibile, in eterno. Un malcostume che ha contribuito a dare una pessima immagine dell’Italia (all’estero faticano assai a comprendere anche se si impegnano per riuscirvi); un danno certificato con ricadute nefaste sul bilancio del Sistema Paese. Per questo non mi sorprende la difficoltà che periodicamente si incontra non appena qualcheduno dotato di buon senso si azzarda a proporre una riforma del Senato della Repubblica.
Un’Istituzione certo benemerita che però ormai ha fatto il suo tempo così com’è: una voce di costo per un consesso che porta avanti un bel nulla! Anzi, per lo più, frena. Basta e avanza la Camera dei deputati; non serve un’altra Assemblea che replichi e legiferi allo stesso modo: non è più la stagione del bicameralismo perfetto. Anche per dare un segnale concreto di spending review: che cominci la politica a dare il buon esempio, per l’appunto riformando il Senato. Eppure sembra un’operazione difficilissima da attuare. Perché Palazzo Madama sentendosi accerchiato è divenuto il luogo della resistenza ad ogni costo. Un vero e proprio fortino che minaccia fuoco e fiamme per difendere le posizioni acquisite. Insomma, è scattata la rete della solidarietà in gran parte trasversale agli schieramenti. Come detto, c’era da aspettarselo. Riformare Istituzioni dove nel tempo si sono formati interessi, abitudini, vezzi rappresenta uno sforzo improbo, perché i professionisti del malcostume le tenteranno tutte per mettere paletti e altri inciampi a chi prova a ragionare nella direzione del timido cambiamento. Un taglio drastico delle poltrone (con un Senato che magari guardi ai territori e venga frequentato dagli amministratori delle Regioni che in quella veste non pesino sulle nostre tasche) non può che essere osteggiato da chi a quelle “cadreghe” vuole rimanerci aggrappato. E’ uno scontro fra mentalità. Laddove, a una visione finalmente internazionale e moderna che punta all’efficienza delle Istituzioni si contrappone una logica della politica di stampo burocratico, incline a bloccare anziché a liberare. Una vera e propria mostruosità anche perché si tratta di gestione privatistica di una funzione pubblica, che riguarda quindi tutti noi. Ecco allora che la riforma del Senato, qualora venisse per davvero portata a buon fine, avrebbe, al di là del valore in sé, una grande valenza simbolica. Un segnale forte contro l’interminabile stagione delle consorterie e delle rendite di posizione. Una vittoria della ragione, dello Stato snello e, perché no, della buona politica. Riformista e non burocratizzata. Una ventata di novità a dispetto della solita peggiocrazia!