Entrare in Borsa, la strada del pensare globale per le imprese italiane

“Se le imprese italiane vogliono crescere devono venire a piazza Affari”. Quel che ha dichiarato Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa italiana, in un’intervista rilasciata sul Corriere Economia (lunedì 7 aprile) tocca un nodo scoperto del sistema imprenditoriale del nostro Paese: la pressoché inesistente vocazione dei nostri capitani d’industria a varcare quella soglia. Una scelta che indica l’idiosincrasia a farsi misurare quotidianamente dal mercato.
Una scelta che, pur rispettandola, mi sento di non condividere. Specie oggi, che viviamo nel pieno della globalizzazione, quel modus operandi – che pur chiama in causa personaggi e marchi di grande prestigio, penso a Barilla, Ferrero, Armani – rischia di tenere la nostra industria ai margini delle grandi partite internazionali. Tanto è vero che le grandi imprese italiane sono rimaste sostanzialmente escluse dal fenomeno delle grandi acquisizioni che hanno fatto parecchio rumore negli ultimi anni. Pur grandi non sono delle big. Dunque, non possono assolutamente competere con multinazionali sempre più aggressive perché sempre più globali. Piaccia o meno, la direzione è quella, altrimenti si resta, per così dire, in posizione più defilata, all’interno di un perimetro magari conosciuto, certo rassicurante, ma del tutto insufficiente a reggere l’urto di un pensiero globale che è divenuto standard. Perciò quasi termine unico di paragone. Il mercato finanziario è, alla prova dei fatti, l’occasione più adeguata per dare nuovo slancio e supportare i propri progetti di crescita e di sviluppo. Perché possa venire affrontata questa frontiera con soddisfazione, come nel caso ad esempio della Luxottica dell’innovativo Leonardo Del Vecchio (ma in quella realtà il passaggio da una mentalità tipicamente padronale ad una visione più management oriented è un fatto consolidato da tempo), probabilmente bisognerà attendere un cambio generazionale. Ma c’è un’altra questione legata all’ingresso o meno delle aziende italiane a piazza Affari che merita una piccola riflessione. Voglio dirlo con assoluta chiarezza: la scelta della Borsa è un indicatore preciso sulla strada della trasparenza. Farsi esaminare tutti i santi giorni è un atto puntuale di responsabilità, un salutare cambio di passo per le nostre imprese. E sappiamo tutti molto bene quanto ci sia bisogno di trasparenza, in specie quando si opera sul mercato che per me rimane l’unico “giudice”. Questo lo dico in modo particolare per i miei cari “Brambilla”. Forse è maturo il tempo anche per loro di entrare in una nuova dimensione, quella del mercato appunto, senza per questo venir meno alla propria natura. Essere “esaminati” può dar fastidio, e magari posso pure capirlo. Tuttavia per i più avveduti è una chance che va presa seriamente in considerazione. Se si vuole essere imprenditori seri. Il timido risveglio che sta avendo l’Aim, la piattaforma della Borsa pensata proprio per la realtà delle piccole e medie imprese, rappresenta una segnale forte, ben più di una tendenza. Anche per i “Brambilla” diventa fondamentale pensare “globale”. O meglio “glocale”, come non si stanca di suggerire l’ottimo Piero Bassetti.