Alitalia, commedia all’italiana poco divertente

La triste vicenda di Alitalia è lo specchio fedele dei mali antichi nei quali si dibatte il Belpaese. Ora più che mai la nostra compagnia di bandiera corre seriamente il rischio di doverla ammainare per sempre. Inchiodata al suolo da perdite su perdite; almeno 300 milioni di euro nel solo 2013. Su Alitalia negli anni abbiamo assistito a una commedia degli equivoci di dubbio gusto dove ciascun protagonista chiamato in causa ha dimostrato, numeri alla mano, di non conoscere adeguatamente la parte.
Infatti, tutte le diverse versioni delle mille operazioni di salvataggio, non hanno prodotto granché: Alitalia da malato grave è ora un paziente al lumicino.
Come si ricorderà nel 2008, quando le cose andavano già più che male – con sperpero di denaro pubblico, nessun colpevole, un commissario lautamente pagato e tutto è rimasto come prima – la politica rifiutò l’offerta di Air France: l’Italia, si diceva, è un Paese che ha nel turismo una delle sue poche punte di diamante, pertanto non poteva assolutamente permettersi di cedere a un Paese terzo, per di più transalpino, il vettore nazionale. Uno smacco senza pari, si pensava. Chi mi conosce sa che non appartengo al partito dell’italianità costi quel costi; da convinto sostenitore del libero mercato ritengo che in presenza di un acquirente serio, anche se non italiano, convenga cedere il passo, per il bene di tutta la comunità. Nel caso di Alitalia, pur rimanendo intatti i miei convincimenti, arrivo a comprendere che si tenti di mantenerla in vita. Certo che pare proprio che questi sei anni siano passati invano; dall’offerta di acquisto dei francesi siamo passati al tentativo di Etihad, la compagnia araba con sede ad Abu Dhabi. In mezzo un periodo veramente poco virtuoso con il team dei cosiddetti “Capitani coraggiosi”, come vennero pomposamente chiamati nel 2008, che doveva, per così dire invertire la rotta ma che, alla prova dei fatti, non è riuscito a centrare neppure uno degli obiettivi in agenda. Insomma, la solita commistione tra pubblico e privato, ancora una volta, non ha pagato. Troppo diversi gli interessi in gioco perché Alitalia non ne uscisse di nuovo con le ossa rotte. Un mostro a più teste dove logiche stataliste ben controllate dalla politica poco virtuosa si misurava, in una dialettica generosamente viziosa, con più di una realtà privata in debito con lo Stato per qualche storico favore. Così, la “mala gestione”, non poteva che accrescere i vizi di sempre. Manager che si sono dimostrati incapaci di presentare un progetto serio di rilancio; lo Stato che mai ha mollato la presa; i sindacati, come al solito, più preoccupati di salvaguardare il proprio orticello che assicura potere anziché mostrare finalmente una visione di ampio respiro. Affannosamente si sono cercati aiuti per tamponare la voragine: tutto inutile. Si è arrivati al comico di spillare denari a Poste italiane! Morale: Alitalia sprofonda tenendosi ben stretti i suoi oltre duemila esuberi. Si può andare avanti così? No. Io dico: per due o tre anni sia lo Stato a provvedere a quei lavoratori sgravando l’azienda. Nel frattempo, però, quelle maestranze oggettivamente in difficoltà si diano da fare per ricollocarsi sul mercato. Invece temo che, per la mai sopita mentalità statalista, gli esuberi di Alitalia, finiscano un po’ qui e un po’ là nelle società “controllate”: già mi vedo una bella hostess all’Eni… Come si dice, siamo daccapo. Tra i peana quotidiani del ministro Lupi che strilla alla rinascita, la solita Cassa depositi prestiti già allertata per il classico pronto soccorso; e la voce che ha preso a circolare di un nuovo capitano coraggioso al proscenio: Luca Cordero di Montezemolo (con quale esperienza?) pronto a prendere in mano la cloche. In barba anche all’evidente conflitto d’interesse visto che il nostro è presidente di una società di treni. E il resto? “Tutto il resto è noia…” come cantava Franco Califano.