L’americana Whirlpool acquista l’italiana Indesit? Non c’è nulla di male. Basta con il protezionismo ad oltranza

Nei giorni dell’acquisizione dell’italica Indesit, di proprietà dei Merloni, da parte dell’americana Whirpool (il colosso a stelle strisce non è nuovo a operazioni in quel settore; come si ricorderà, anni addietro, con il concorso dell’olandese Philips, fece suo lo storico e romantico marchio Ignis che il pioniere Giovanni Borghi fondò nell’ormai lontano 1946), è uscita una ricerca di Prometeia, commissionata dal nostro ministero dello Sviluppo Economico, che viene a sfatare il solito refrain, invero un po’ stucchevole, che vede tutto nero nelle acquisizioni di multinazionali di imprese in difficoltà del capitalismo familiare italiano.
La cosa mi fa particolarmente piacere perché sono, non da ieri, un convinto sostenitore della logica di mercato per cui, se nel nostro Paese arrivano manager capaci e denari freschi da capitalisti globali (non siamo forse nella tanto strombazzata era della globalizzazione?) allo scopo di acquistare e rilanciare nostre imprese in oggettive ambasce, non vi vedo alcun male. Anzi. Come, appunto, indicano i risultati di Prometeia. Una fotografia che, in sintesi, si potrebbe tradurre con questa frase: diventare stranieri non è per nulla dannoso ai brand del made in Italy. La ricerca, infatti, viene a dimostrare che le 500 aziende italiane acquisite da gruppi stranieri negli ultimi dieci anni hanno visto lievitare il proprio fatturato del 2,8%; insieme alla produttività, dove si registra un incremento dell’1,4% e, last but not least, all’occupazione del 2%. Dunque, venuta meno la capacità dei grandi imprenditori italiani di far crescere le proprie imprese investendo in capitale umano e innovazione tecnologica (in questo con la connivenza di una politica che non riesce da troppo tempo a mettere in campo piani industriali credibili e competitivi su scala internazionale), ecco arrivare gli stranieri che sono riusciti a mantenere in vita unità produttive e lavoro. Una buona notizia che sgombra il campo da luoghi comuni, da vecchie logiche protezionistiche. Che, in nome di una presunta salvaguardia dell’italianità, ha permesso (e ancora concede) generose elargizioni statali per correre in soccorso di importanti aziende italiane guidate da capitalisti bravi con le parole e con l’immagine, ma assai meno con i numeri e i fatturati. Purtroppo, si tratta di un modo di pensare e, di conseguenza, di operare che vanta ancora molti sostenitori: evidentemente sono gli stessi che, in qualche misura, hanno potuto trarre beneficio da tali elargizioni dal tipico sapore assistenzialistico – statalista. Un Paese moderno, uno Stato snello che intenda valorizzare competenze e meriti, non può più permettersi di salvare tutti sempre e comunque. Urgono decisori politici di provata visione riformista che abbattano definitivamente logori steccati e facciano circolare finalmente un pensiero fecondo; quello che dica, ad esempio davanti a vicende come il caso Indesit – Whirlpool, che il punto cruciale è il piano industriale e non la provenienza dell’acquirente. Se i capitalisti globali hanno idee e denari per sviluppare imprese generando lavoro, essi vanno accolti in Italia con il sorriso sulle labbra. Certo, poi, qualche domanda sul perché il capitalismo italiano sia finito in condizioni così precarie è più che legittimo porselo. Ma loro, dico i nostri capitalisti, qualche riflessione in merito l’hanno fatta? Recitare il mea culpa non credo appartenga al loro dna. Però quanto servirebbe! Forse non tanto per chi ha prodotto risultati sconfortanti, ma per le nuove generazioni…