Quale sviluppo è sostenibile?

Si parla di sviluppo sostenibile un giorno sì e l’altro pure. Ormai è come il prezzemolo, buono per insaporire qualsiasi discorso. È il destino che si portano dietro le espressioni ad effetto ma questo non rende giustizia all’autenticità del loro significato. Le depotenzia. E nel caso dello sviluppo sostenibile renderlo inoffensivo perché utilizzato a piè sospinto in qualsiasi contesto è un danno grave perché in gioco vi è il futuro del nostro pianeta. Non mi interessa entrare nelle dispute ideologiche che quel programma si porta dietro. Ciò che divide per partito preso non mi ha mai appassionato, figuriamoci adesso che viviamo il tempo della pandemia e delle domande essenziali in materia di progresso, educazione, salute, convivenza, riduzione delle disuguaglianze. Di ben essere, insomma. A me le imprese ambiziose hanno sempre affascinato. In special modo quelle dirimenti, quelle che invitano a lavorare adesso per offrire un futuro migliore alle generazioni che verranno. Perché di questo si tratta quando parliamo di sviluppo sostenibile. La definizione che ancora converrebbe tenere presente la si trova nel rapporto chiamato “Our Common Future”. Il documento risale al 1987 e fu elaborato dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente: la Commissione Bruntland, dal nome di Go Harlem Bruntland, una politica norvegese fortemente coinvolta in tematiche ambientaliste. Ebbene, per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo in grado di garantire “il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”. Ho la certezza che finora tale programma lo abbiamo disatteso. Se procediamo così, in ordine sparso senza programmi e visione, impediremo alle prossime generazioni di realizzare con soddisfazione i propri bisogni. Dunque: meno discorsi e più fatti!