Manager stranieri nelle partecipate dello Stato? Una buona idea

Sul settimanale l’Espresso (in edicola il 5 febbraio 2014) ha richiamato la mia attenzione il titolo dell’articolo scritto dall’accademico Luigi Zingales (l’economista insegna alla University of Chicago Both School of Business): manager stranieri per le imprese di Stato. Condivido! Mi pare proprio un’idea intelligente quella di rivolgersi a professionisti non italiani per guidare realtà del calibro di Eni, Finmeccanica, Poste, Terna, eccetera.
Il tema è assai caldo visto che siamo in piena fibrillazione per le nuove nomine e sappiamo bene che sulle quelle poltrone, di norma, si accomodano personaggi che vantano decisamente buone aderenze nella politica che conta. E storicamente questa contaminazione ha generato amministratori delegati “figliastri” della politica (raramente espressione di una buona politica) piuttosto che “figli” di competenze economico finanziaria di primissimo ordine. Purtroppo, in Italia vige questo costume, anzi malcostume: le società controllate dalla Stato necessariamente devono essere tenute sotto controllo e perciò affidate a manager di provata “fedeltà”. Una sorta di manuale Cencelli delle nomine nelle partecipate: laddove vige la regola principe dell’accontentare tutti. E in questo modo si scontenta l’efficienza e il procedere unicamente secondo la categoria del merito. Un agire del tutto normale in altri Paesi, ma che, evidentemente, non fa parte del nostro dna. Possibile che in Italia non si riesca a scegliere Top Manager basandosi solo sul loro percorso professionale, sul curriculum “tecnico”? Io non arrivo a dire che in questo modo verrebbero improvvisamente a sparire logiche clientelari e pratiche di favoritismo. Però sarebbe di sicuro un deterrente e finalmente un segnale forte di inversione di rotta. Zingales ricorda come «Il 60 per cento degli amministratori delegati delle dieci principali società non finanziarie inglesi è di origine straniera. In Italia nessuno degli Ad è straniero, solo due hanno un titolo di studio estero e la metà non ha mai fatto una esperienza di lavoro all’estero in tutta la carriera». Un quadro desolante che spiega bene i ritardi e il deficit educativo/culturale del nostro Paese. L’Italia, nonostante qualche timido tentativo, continua a rimanere il Belpaese dei “nominati”; dove chi è chiamato a reggere le sorti delle aziende pubbliche (quindi in buona sostanza di tutti i cittadini) si preoccupa di esprimere al meglio il punto di vista dell’azionista di riferimento, vale a dire dello Stato. Dello Stato controllore e amante dell’abbuffata. E ciò, per l’ad sapientemente investito del prestigioso incarico, vuol dire assorbirne lo stile, il comportamento, l’autoreferenzialità. In una parola: i suoi troppi vizi e le sue scarsissime virtù (ma potrei dire l’assenza totale di virtù). Comunque, ora attendiamo le prossime nomine. Senza farci soverchie illusioni.