L’esempio di Pellegrini, imprenditore con il “cor in man”

Conosco Ernesto Pellegrini da quel dì e non solo perché è stato un bravo presidente della mia Inter tra il 1984 e il 1995. Ne ho sempre apprezzato i modi, la discrezione, una certa ritrosia verso la smodata logica dell’apparire. Lo definirei un imprenditore illuminato, fortemente ancorato a solide radici meneghine, capace ogni volta di gettare il cuore oltre l’ostacolo (un’espressione assai cara per chi ha certa dimestichezza con le vicende anche epiche legate al gioco del pallone e allo sport più in generale). Un capitano di industria nato sul campo, per nulla incline al lamento; insomma, un uomo del “fare” che ha imparato bene la lezione venendo su in una famiglia umile, in una zona popolare e periferica di Milano.
Se così non fosse non si spiegherebbero i traguardi raggiunti con l’ impresa legata al settore della ristorazione (i suoi genitori facevano gli ortolani…). Dei quali, ad onor del vero, mai mena vanto, proprio per quella virtù tipicamente lombarda del rimboccarsi le maniche tutte le mattine che il buon Dio manda sulla terra (e nel suo caso il riferimento al divino non è per niente una forzatura o una frase di circostanza). Pellegrini, come tutti gli avveduti (sempre meno, in verità) ha più volte riconosciuto di “aver avuto tanto dalla vita” e aggiunto: “Adesso voglio aiutare gli altri”. Così ha fatto. Con una bellissima iniziativa solidale: un ristorante a Milano (in via Gonin 52, 250 posti, costo un euro) destinato alle persone che vivono in condizioni oltremodo precarie: papà separati; chi ha perso lavoro in età non più giovane; chi patisce l’incubo dei debiti che hanno portato all’indigenza; profughi appena giunti a Milano. E ancora: parenti di malati in trasferta per beneficiare dell’opera meritoria dei nostro ospedali ed ex detenuti che stanno provando a rialzare la testa. Pellegrini ha voluto chiamare questo ristorante della speranza «Ruben». Un nome che rimanda a un volto ben preciso, a una persona di casa, al contadino che dava una mano nella cascina dei suoi che condividevano con altre famiglie. Poi, quella cascina fu abbattuta per lasciare spazio ad investimenti edilizi. Per quelle famiglie, vennero trovati dei piccoli alloggi in città. Non per Ruben, che giungeva da Cremona, a lavorare di aratro e vanga. Così dovette arrangiarsi, ma non era facile. Pellegrini gli promise che gli avrebbe trovato sistemazione e alloggio. Intanto l’”Ernest” si era messo a lavorare alla Bianchi come ragioniere. Purtroppo non ha fatto in tempo a mantenere la sua promessa con quel contadino che ammirava; perché Ruben perirà assiderato nella baracca dove viveva e dormiva. E lui lo apprese sfogliando il giornale del mattino. Ecco, il ristorante, per Pellegrini è un po’ come tornare prepotentemente a quella memoria che bussa al suo cuore; ed è un po’ un’offrire una possibilità di ristoro ai mille Ruben che affollano la nostra amata Milano. La cosa bella è che Ruben è un ristorante a tutti gli effetti: bello, accogliente, con pasti di livello. Assolutamente rispettoso delle persone che ne trarranno beneficio concreto. Vengo a sapere che questo è solo il primo passo della Fondazione Ernesto Pellegrini, messa in piedi con la moglie Ivana, la figlia Valentina e suo marito Alessandro Ermolli. Non ho dubbi che questa e altre meritorie opere che ha in mente Pellegrini andranno a buon fine. Perché quando la solidarietà si sposa con l’eccellenza; quando agire a fin di bene si allinea con una visione imprenditoriale, allora ci sono per davvero ottime possibilità per realizzare progetti non profit che stiano in piedi. E sono particolarmente felice che ciò sia tutta farina del sacco di un imprenditore meneghino che in questo modo contribuisce a rilanciare il vecchio e per me mai sopito adagio: Milán (da non confondere con la squadra di calcio) col cor in man.
Alberto Orlacchio says:
Esempio concreto quando l’impresa è etica… Chapeaux