La querelle di Uber. Perderemo anche l’ultimo taxi?

Gli interessi del consumatore finale vengono sempre dopo. Purtroppo è un vecchio adagio che in questo Paese abbiamo imparato, malgrado noi, a conoscere molto bene. Il caso di Uber – ovvero quell’applicazione software mobile che mettendo in collegamento diretto passeggeri e autisti fornisce un servizio automobilistico privato in concorrenza con i taxisti – è più che emblematico. Si dà voce agli strali della categoria dei taxisti uniti contro Uber che si è permesso di invadere il loro territorio. E ho scritto “loro territorio” non a caso. Perché in Italia ogni attività è presidiata da corporazioni che decidono il bello e il cattivo tempo. E chi prova a introdurre qualche cosa che, anche solo lontanamente, sa di liberalizzazioni e che punta perciò a migliorare la qualità del servizio a tutto vantaggio dell’utilizzatore finale finisce nel solito tritacarne. Di piazza e mediatico. Sale la protesta, le città vengono bloccate, si urla al complotto. La consueta paralisi in nome di presunti diritti che verrebbero negati. Dalle mie parti più prosaicamente li definirei privilegi che negli anni sono sempre più lievitati in ragione di decisori pubblici furbi e interessati; o assai deboli, per non dire incapaci. Uno Stato serio, anziché chinare il capo sempre e comunque davanti alle mille consorterie, dovrebbe, prima di tutto, tenere in gran conto gli interessi della collettività. Ma, per appunto, uno Stato che si intenda serio. Il che nel Balpaese è un qualcosa che non appartiene all’orizzonte delle cose reali. Ho sentito e letto rimostranze dalla corporazione dei taxisti di questo tenore: “Noi abbiamo pagato molto soldi per acquistare le licenze. E adesso?”. Giusto. Bisogna tenerle in doveroso conto. Non certo verso chi ha acquistato la licenza molti anni fa o addirittura l’ha avuta dal Comune (a costo zero o lì vicino…) e pertanto ha avuto tutto il tempo di ammortizzarne i costi godendo di un sostanziale regime di monopolio; quanto verso chi ha fatto quell’investimento in tempi recenti. Il decisore pubblico in questo caso è chiamato a intervenire e a risolvere la questione in termini economici. Un giusto indennizzo, arrivederci e buon lavoro. Come a ribadire un concetto elementare: poi vinca la libertà di intrapresa. Cioè se sul mercato interviene un nuovo soggetto, ovviamente in regola con tutte le disposizioni di legge e fiscali, e dal suo ingresso ne trae beneficio la collettività, cioè ciascuno di noi, non devono più essere alzati steccati da chicchessia. Anzi, sono convinto che solo la maggiore concorrenza può spronare tutta la categoria ad operare un salto di qualità. E in una logica di domanda e offerta il prezzo lo fa sempre il mercato. Ho letto che a New York con l’avvento del nuovo servizio legato a Uber hanno avuto un crollo le licenze dei taxi. Prevedibile. E, ovviamente, il contraccolpo ci sarà, ma poi verrà assorbito come è solito fare quel Paese dove la libertà non è mai un optional. Invece, ancora una volta, l’Italia si conferma il Paese che predilige la conservazione. Ma così è impensabile che si possa dare segnali concreti di modernità. Il rischio è solo quello di perdere anche l’ultimo taxi.
mario says:
Tra l’altro la protesta dei taxisti contro Uber, è per partito preso contro chi invade il loro territorio a prescindere da tutto. Infatti il servizio Uber, per ora, è significatamente più caro del taxi.