La vera riforma delle popolari? Si parta dalle filiali

La riforma delle banche popolari sta suscitando riflessioni, ma soprattutto reazioni compulsive che francamente non mi appassionano. Per una ragione molto semplice: si discetta di formule, di alta filosofia, si profetizzano scenari, ma non si va mai al punto. Ovvero, al beneficio concreto che ne verrebbe da tale riforma per l’economia reale e, in modo particolare, per le piccole e medie imprese. Che dire di quella pratica non detta, per cui banche non quotate, autodeterminano il prezzo dell’azione dandogli un valore – assai diverso dal concetto di prezzo – in modo autonomo e semmai fondato su presunte perizie, come conditio “sussurrata” all’acquisto per concedere o non concedere il fido al cliente? Una dialettica a senso unico. Non sono per natura un nostalgico, tuttavia un po’ rimpiango le stagioni quando gli imprenditori potevano contare su un dialogo proficuo con la filiale. Il direttore rappresentava la rassicurante figura del consulente. Oggi più che mai credo sia necessario tornare a un rapporto fiduciario tra il funzionario di filiale e l’imprenditore, specie se piccolo. Che senso ha mostrare ai “Brambilla” tabulati o criptiche elaborazioni al computer senza conservare un briciolo di sensibilità? Come mi piacerebbe apprendere di sportelli e uffici dedicati alle pmi e di professionisti delle banche che vadano sul territorio a conoscere le imprese dei propri clienti. A fornire consigli, a misurarsi con la realtà dell’economia reale e locale. Quello è il volto della finanza capace di fare sistema. Al di là che siano popolari, al di là che le banche possono essere grandi per competere sul palcoscenico internazionale, la strada virtuosa da imboccare è quella di creare nelle filiali uno spazio ad hoc per gli addetti alle pmi. Ho nostalgia dei mediocrediti regionali…