Per ridurre la pressione fiscale soltanto la strada “Flat Tax”

Con la pressione fiscale al 42,6% (per le micro – imprese nel 2013 si è sfiorato il 63%) è assai difficile che l’economia possa rilanciarsi. Fa specie che non si faccia nulla di concreto per ridurre sensibilmente le tasse. Come e più di sempre, sorge spontanea la domanda: cosa si può realisticamente mettere in campo per dare uno scossone a questo clima plumbeo che sa solo di stagnazione? Per me, hanno ragione gli analisti che sostengono con forza l’attualità, con qualche correttivo, della Flat Tax, ovvero, letteralmente, della “tassa piatta”. In estrema sintesi si tratta di applicare un’unica aliquota d’imposta per ogni contribuente (cioè: sia persona fisica che impresa), al di là del suo reddito. Attenzione: non ci si trova di fronte a un qualcosa che appartiene alla letteratura del genere, perché questa formula fu già sperimentata negli Stati Uniti al tempo della presidenza di Ronald Reagan e nella Gran Bretagna di Margareth Thatcher. Accadde, infatti, che per aumentare le entrate tributarie venne deciso di abbassare le tasse e parimenti di semplificare l’intero sistema. Quel modo permise di ottenere ottimi risultati anche nella lotta all’evasione fiscale. Mi sembra che la Flat Tax applicata all’Italia avrebbe un effetto benefico. Perché genererebbe incentivi per le imprese (e sappiamo tutti bene quanto ve ne sia un gran bisogno!), il lavoro e gli investimenti, facendo lievitare la crescita economica e, con essa, l’occupazione. Come ha più volte spiegato il professor Alvin Rabushka, il padre della Flat Tax, tale formula spinge a prendersi dei rischi e quindi premia il successo. E poi, riduce l’evasione fiscale e così operando si veicola il capitale verso la direzione più virtuosa possibile: l’attività produttiva. Pertanto, un bell’altolà al meccanismo dell’elusione e, di pari passo, una svolta concreta per far emergere l’economia in nero. Insomma, tutta una serie di benefici evidenti e di grande buon senso che porterebbero il Paese a rivedere finalmente le stelle. Dunque, si potrebbe applicare un’aliquota unica al 20%, magari elevato al 25% per la parte di reddito sopra una certa soglia. Io sono persuaso che l’effetto sarebbe notevole. Ma per accettare la sfida della Flat Tax occorre che i decisori mettano in campo del gran coraggio, perché, in prima battuta, le entrate sarebbero del 20 e non del 40%, con un effetto immediato contabile anche psicologicamente poco piacevole. E quel coraggio dimostrato, figlio di una visione lungimirante e di ampio respiro, porterà ad esiti più che confortanti; infatti con la riduzione drastica dell’aliquota, tutti i contribuenti verrebbero messi nella possibilità di assolvere con più che sufficiente serenità agli obblighi fiscali. E questo toglierebbe qualsiasi alibi a chi volesse continuare a scansare il pagamento delle tasse. Voglio dirlo con franchezza: in questo caso lo Stato non dovrebbe avere alcuna clemenza con chi allegramente se ne infischia della cosa pubblica ed evade! La Flat Tax è un elogio alla libertà individuale nel rispetto delle regole (che devono essere poche, chiare e a misura d’uomo). Uno sprone che consentirebbe a ciascun individuo di conservare maggiormente quel che guadagna lasciandolo poi libero di investire. E di investire secondo le offerte e le opportunità che trova più interessanti sul mercato. Di certo anche il mondo finanziario, che ha a cuore l’interesse dell’economia reale, ne trarrebbe beneficio. Urge la “tassa piatta” perché deve finire la lunghissima e travagliata stagione della “calma piatta”.
mario says:
La flat tax in Europa è applicata o lo è stata, sopratutto nei paesi ex comunisti, Lettonuia, Estonia, Lituania, Romania, Repubblica Ceca, Russia. Essa ha avuto in questi paesi un impatto positivo (aumento del PIL), ma bisogna considerare che questi paesi partivano da un’economia molto povera. La Slovenia ha avuto anch’essa un notevole aumento del PIL applicando una tassa progressiva.
Negli USA la tassazion federale è progressiva, ma con solo due livelli. Reagan mantenne i due ivelli con un’aliquota massima del 27%..
La flat tax parte dal presupposto, condividibile, che oltre un certo limite di tassazione non vi è più stimolo a produrre di più. Quindi tassazioni del 75%, come introdotta da Hollande in Francia, non solo sono poco efficienti, ma hanno un impatto negativo sulla produzione. Ma un conto è limitare l’aliquota massima, ed un conto introdurre una tassa uguale per tutti, pur mantenendo una no-tax area. La flat tax si basa sull’ipotesi che con una tassa bassa nessuno evada, tutti paghino le tasse e siano indotti a produrre di più. Ciò però non si è verificato nemmeno con Reagan. Infatti l’aumento di produzione industriale, che ci fu, fu sopratutto dovuta ad un forte aumento della spesa pubblica per armamenti con un notevolissimo aumento del debito pubblico, nonstante il forte taglio alle spese sociali. Tutto ciò in un paese dove chi evade le tasse rischia la galera e dove viene premiata la delazione, ovvero se si forniscono prove che un contribuente evade le tasse si viene premiati.
In tutta l’Europa occidentale il sistema di tassazione è progressivo, a volte fortemente progressivo come nei paesi scandinavi. Occorre però aggiungere che anche in un sistema progressivo possiamo non avere una redistribuzione del reddito se politici e burocrati sperperano il denaro dei contribuenti con la corruzione e l’inefficienza. E qui arriviamo al punto dolente: lo stato italiano non è certo un modello di efficienza e di onesta. Occorre però battersi per avere uno stato efficiente e funzionante e non per fare a meno dello stato ed affidarsi soltanto al mercato. La teoria che la ricchezza “goccioli”dall’alto verso il basso è una fantasia onirica. Il paese USA ha superato la crisi del 2007e il PIL continua a crescere, ma la middle class non si è ancora risollevata dalla crisi, infatti Obama vuole aumentare l’aliquota più alta.
In Italia con una flat tax al 20% e quindi inferiore all’attuale aliquota minima del 23 %, tutti pagherebbero meno tasse. L’effetto immediato sarebbe un drastica penuria di entrate. un elevato aumento del deficit con conseguente increnmento dei tassi sui mutui, prestiti,finanziamenti. I presunti vantaggi, incremento della produzione industriale, diminuzione dell’evasione fiscale, anche se si realizzassero, arriverebbero solo nel lungo periodo. Il risultato sarebbe il tracollo totale e per evitarlo non ci sarebbe che unaforte riduzione delle spese . Fatalmente la strada più diretta e più facile ( vedi Reagan)sarebbe quella di ridurre le spese sociali.