Uno Stato leggero per ripartire

La scomparsa di un politico di vaglia, equilibrio, visione come Carlo Tognoli che da sindaco seppe mettere le ali a Milano potrebbe essere l’occasione per avviare una seria riflessione sul contributo che oggi verrebbe al Paese dall’applicazione di un pensiero autenticamente riformista. Nel caso di Tognoli, come ben sappiamo, fu il tradurre nella politica, anche amministrativa, un impianto culturale di socialismo moderato. Appunto, di stampo riformista. Una bella lezione di impegno nel segno delle concretezza. Aprendo alle migliori espressioni della società civile, compreso il mondo dell’imprenditoria privata. Dunque, un modo di intendere la politica non ingabbiata dall’ideologia statocentrica. Il vero e annoso problema che zavorra l’Italia da tempo immemore. Forse perché l’indirizzo politico e culturale del Paese è stato storicamente appannaggio delle due forze politiche più grandi e quindi influenti: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Partiti sostanzialmente statalisti, il Pci per definizione, la Dc per aver ceduto negli anni il controllo interno alle componenti più accentratrici e dedite a coltivare il culto dello Stato paternalista, sempre e comunque dirigista. Farsi largo tra questi due colossi campioni dell’immobilismo non è stato facile. E purtroppo anche oggi permane quell’eredità così ingombrante e paralizzante. L’economia reale ha sempre pagato questo difetto strutturale. Il liberalismo, a ben vedere l’altra faccia della stessa medaglia del socialismo moderato, davanti all’impasse che tutti avvertiamo, dispone degli argomenti necessari per diventare perno autorevole di una politica della decisione, liberante, valorizzante, dialogante. Perché, nella sua origine e non certo nelle interpretazioni più azzardate in stile neoliberista, il liberalismo è architrave di Stati leggeri, dalla parte dei cittadini. Uno Stato capace di guidare lo sviluppo promuovendo poche e chiare regole. E assai severo nel farle rispettare.