Una chiusura rumorosa

Ci sono numeri che fanno pensare. Mi riferisco ai dati contenuti in un’indagine prodotta dall’Ufficio Studi di Confcommercio in collaborazione con il centro studi Guglielmo Tagliacarne a proposito del preoccupante fenomeno della desertificazione di punti vendita di prossimità. Evidente nelle nostre città, soprattutto nei centri storici.
La fotografia che ne viene fuori è molto brutta: sono 111mila le realtà al dettaglio che hanno cessato l’attività tra il 2012 e il 2023. Una drammatica contrazione non attribuibile quindi alla pandemia che, certamente, ha contribuito ad accentuare uno stato di crisi profonda già radicato. Sento parlare di imprescindibile rilancio dei centri urbani, di riqualificazione delle periferie, di impegno per uno sviluppo sostenibile così da rendere più attrattive città grandi e piccole. Tutto giusto. Ma resta la drammatica domanda di come questi buoni propositi siano attuabili in presenza di una così rumorosa chiusura delle saracinesche. Questo è il nocciolo della questione. Non basta la fotografia che documenta la desertificazione per uscire dall’impasse.
Vedere così tanti negozi chiusi non è bello; penso innanzitutto a chi ha dovuto interrompere in modo definitivo l’attività, magari ereditata dai genitori. Lo sviluppo delle città non può che passare dal recupero e dal rilancio della funzione anche sociale dei punti vendita di prossimità. Veri luoghi di servizio, di rapporto fiduciario, di rappresentazione di quel volto umano del commercio indispensabile. Certo, oggi la sfida è impegnativa. Occorrono denari, cultura e visione. Ma anche l’impegno collaborativo delle istituzioni che non possono limitarsi alla retorica delle parole di circostanza.