Sforbiciate alle partecipate locale? Giustissimo, ma non c’è la volontà di farle

A me le sforbiciate, quando sono spettacolari e nello stesso tempo redditizie, piacciono moltissimo. E in questo caso non sto pensando solo al mitico volteggio con palla nel sacco che l’ottimo Djorkaeff disegnò in un Inter –Roma 3 a 1 del 1997, più prosaicamente faccio riferimento a una sforbiciata quantificabile in 13 miliardi. Tale, infatti, sarebbe il risparmio assicurato dal taglio delle società partecipate dagli enti locali che non erogano servizi ritenuti di interesse pubblico.
Chi mi conosce e ha la bontà di seguire i miei pensieri anche attraverso articoli e contributi su questo sito, sa con quanta passione denuncio da anni la piaga insopportabile dei mille gangli e reticoli che hanno di fatto condotto a una situazione del tutto fuori controllo relativa al bilancio delle amministrazioni pubbliche territoriali. Una voce di spesa che fa impressione e totalmente in balia di decisioni sbagliate, interessate, del tutto opache. Ecco allora che arriva a proposito – e a confortarmi – l’ultima analisi del Centro Studi di Confindustria. Che si sofferma proprio sull’universo delle partecipate locali che raccoglie quasi i due terzi (63,9%) di tutti gli organismi di cui le amministrazioni pubbliche sono socie. Con, appunto, oneri complessivi che vengono indicati in 12,8 miliardi. Una cifra spaventosa che si potrebbe drasticamente risparmiare dandoci un bel taglio. Una bella sforbiciata! Con lo stesso effetto di quella di Djorkaeff. Il lavoro svolto dagli analisti di Confindustria non fa altro che confermare come in questo benedetto Paese il capitalismo pubblico sia l’espressione più diffusa e preoccupante di un virus al quale si fatica a trovare l’antidoto. Beninteso, non perché non vi sia. Ma perché fino ad oggi non si sono trovati “medici” disposti a iniettarlo. Perché – ed è questo il problema principale – sono così forti e manifesti gli interessi incrociati che il dottore, a sua volta, ha tutto il vantaggio che la situazione rimanga così com’è. Il quadro è disarmante come scrivono gli analisti del Centro studi di Confindustria: «Le amministrazioni pubbliche, centrali e locali, detengono quote in 7.712 organismi con oneri per i contribuenti che nel 2012 erano di 22,7 miliardi (circa l’1,4% del Pil). In testa, per costo, le istituzioni che hanno sede legale nel Lazio: 9,5 miliardi. Seguite da quelle in Lombardia (5,5), Veneto (1,1) e Piemonte (1). Perciò allarme rosso anche nel profondo nord. Una cosa è del tutto evidente: questi numeri non sono più sostenibili. Insomma, è urgente un riassetto. Basta che non venga affidato ai soliti noti. Altrimenti non se ne caverebbe fuori un ragno dal buco. Come si può pensare di recuperare risorse destinate a ridurre carico fiscale e debito pubblico e liberare così il mercato dalla presenza oltremisura invadente dello Stato, se chi dovrebbe essere preposto a metterci mano appartiene alla consorteria che storicamente tesse la tela del vizio? Non vorrei sembrare pessimista, io che di natura non lo sono proprio, però da quel che vedo, osservo, ascolto, non mi pare che, per ora, le tanto strombazzate riforme vadano verso una direzione virtuosa. Ne deduco, amaramente, che i nostri decisori non amano le sforbiciate!