Semi-decollo per l’Alitalia

Pur con l’arrivo di un socio molto forte continuano i travagli di Alitalia, come dimostrano i recenti (mis)fatti allo scalo di Fiumicino. Gli antichi vizi sono duri a morire. Retaggio di malagestione e conservatorismi che abbiamo pagato a caro prezzo. In quarant’anni, dal 1974 al 2014, il malvezzo del pronto soccorso (pubblico e delle banche) ha inciso sui nostri portafogli per 7,4 miliardi. A quella cifra monstre si è giunti attraverso una pratica piuttosto in voga per assicurare sostegno ai big dell’industria in difficoltà: il settore pubblico e la collettività si sono assunti l’onere della gestione in bonis di quell’azienda (dal 1974 al 2007), ormai in avaria, per 3, 3 miliardi. Poi, nella stagione del commissariamento – fino a giugno dello scorso anno – si è decollato (per modo di dire) a 4,1 miliardi. Aiuti su aiuti, insomma. Per arrivare, comunque, a ciò che andava fatto con largo anticipo: vendere o fallire. Invece, si è preferito prendere tempo per non scontentare i paladini della conservazione ad oltranza. E allora via con i puntuali interventi di ricapitalizzazione (per lo Stato 2,937 miliardi). Mentre per la deprimente stagione dell’amministrazione controllata le diverse forme del sostegno fanno impressione: prestito ponte del Tesoro (2008), emissione di zero coupon, obbligazioni Alitalia del Tesoro, passivo patrimoniale dell’amministrazione controllata (1,2 miliardi), cigs – mobilità per il periodo tra il 2008 e il 2015 (0,7 miliardi), prestazioni Fondo speciale trasporto aereo (1,2 miliardi), intervento Poste in Alitalia Cai (0,1 miliardi). Questo succede quando la mentalità statalista si “serve” della collettività, del “fedele” Pantalone. Abbiamo imparato la lezione? Non sembra proprio. Vedi Ilva, Mps, Italo, eccetera eccetera… E poi, domando: perché non pagano mai i responsabili di gestioni così tanto dissennate? Per lorsignori oneri mai?