Le crisi delle case d’asta? Ci vuole più serietà e trasparenza

Chi mi conosce sa bene che sono un grande appassionato d’arte. Principalmente seguo la pittura, la fotografia e la grande musica. Amo girare per mostre e frequento le case d’asta, quelle di cui ritengo di potermi fidare. Dico questo per spiegare come mai la mia attenzione sia scivolata sull’articolo pubblicato dal Corriere della Sera di giovedì 9 ottobre 2014 intitolato così: L’esperto: vendite giù del 30%. Ma è boom dei pezzi pregiati. Si parlava della crisi che soffrono le aste, dei prezzi al ribasso, di come l’antiquariato sembri non attrarre più come prima. Mi verrebbe da dire, è il mercato!
Cambia tutto così velocemente che è impensabile non vi sia un mutamento del gusto. Quel che si dice, il target di riferimento è una categoria soggetta a cambiamenti. Per mille e una ragione. E’ una questione di saperi, di possibilità economiche, di maggiore “modernità” nel modo di investire nell’arte. Se le società sono in continua e rapida trasformazione è certo che noi che le viviamo e le determiniamo, siamo il motore primo di questi cambiamenti epocali, o almeno ci illudiamo di esserlo. Perciò: l’analisi del quotidiano di via Solferino non mi ha colto per nulla di sorpresa. Tuttavia, quel che mi pare più interessante del tema oggetto dell’inchiesta è un elemento che lì non vi ho trovato. La disaffezione dell’investitore/persona verso le aste. In quella sede si parla di antiquariato, ma, a mio parere, il ragionamento si può tranquillamente allargare ad altri settori e viene da lontano; sta nella progressiva disaffezione del potenziale acquirente nei confronti di molte case d’asta che non brillano certo per serietà e trasparenza. Beninteso, si tratta di un problema internazionale, ma è indubbio che nel nostro Paese la questione, se possibile, è ancor più spinosa. Come si può pensare di conquistare la fiducia dell’investitore se le case d’asta approcciano il mercato con metodi un po’ troppo disinvolti? Alla lunga non tiene, perché, così facendo, viene nei fatti a venir meno quel patto fiduciario (e forse d’onore?) che deve legare l’istituto che batte un oggetto di valore e chi è volentieri ben disposto a fare la propria parte per assicurarselo. Ritengo, perciò, che il mercato dell’arte stia attraversando una fase molto interessante, animata dal desiderio di una progressiva e saggia razionalizzazione. Meno protagonisti sulla scena e maggiore spazio alle competenze autentiche (e mi permetto di aggiungere che il problema può tranquillamente estendersi alle gallerie d’arte). Ecco perché i vistosi cali del giro d’affari delle case d’asta (naturalmente, in generale) possono a mio avviso essere letti e interpretati come segnali di un “risveglio” delle coscienze. Come a dire – e questa volta con grande chiarezza – che siccome l’investimento nell’arte è faccenda estremamente seria, non è più tollerabile la presenza sul mercato di chi agisce con metodi che di serio non hanno un bel nulla. Chi cerca una diversificazione del rischio merita rispetto sempre e comunque. E, come minimo, la garanzia che tutti rispettino le regole del gioco… Altrimenti è un bene che molte aste finiscano deserte e tante gallerie chiudano.