La mossa globale dell’italiana Yoox: una fusione di lusso

Mi sono sempre piaciuti i tipi visionari. E sicuramente Federico Marchetti, fondatore e amministratore delegato di Yoox, appartiene a quella categoria di uomini che sanno tradurre in opere redditizie idee che sulle prime parrebbero un po’ troppo distanti dalla realtà. Pensate che il soggetto, laurea in Bocconi e classe 1969, nel duemila avviava un’attività di vendita del lusso e della moda sulla rete quando internet era in piena “bolla” tech, dopo aver convinto della bontà dell’operazione Elserino Piol che così vi iniettava capitale. Da allora, l’azienda, ne ha fatta eccome di strada. Yoox è pure sbarcata a piazza Affari e il valore del titolo – segno di buona salute – nel tempo è cresciuto, mentre di pari passo veniva a diminuire la quota di Marchetti nella società. Insomma, un bell’esempio di start up italiana e per di più in un campo dove di norma non primeggiamo. E siccome quando si è visionari è fondamentale tendere al “più in là”, perché più che controllare è decisivo crescere, ecco che Marchetti è l’artefice di una fusione alla pari con Net – à – Porter, di proprietà della svizzera Richemont che salirà al 50% del capitale del nuovo gruppo. Nel quale Marchetti continuerà a giocare la sua partita di brillante imprenditore con la carica di amministratore delegato, in un consiglio di amministrazione dove gli svizzeri nomineranno solo due consiglieri sui 12 – 14 previsti, perlopiù indipendenti. Dunque, una fusione con i fiocchi perché garantisce l’indipendenza operativa italiana. Innovativa e di prospettiva. Come purtroppo accade di rado nel nostro Paese; penso, ad esempio, alle fusioni che riguardano il settore delle banche dove la lentezza regna sovrana: quanto tempo occorre solo per ridurre gli sportelli? La fusione architettata da Marchetti dice con chiarezza che oggi sono fondamentali le sinergie per primeggiare sui mercati; che ormai è decisivo ragionare con una mentalità globale e che per un imprenditore la sola cosa che conta è quella di creare ricchezza. In Italia, ahimè, questi sono concetti che incontrano ancora troppa resistenza (penso al ruolo del sindacalismo massimalista). Negli Usa, quando Marchionne si è mosso per l’acquisto di Chrysler, mica lo hanno guardato come un marziano che andava a compiere razzie in casa altrui. Perché lì sono cresciuti secondo principi liberali mentre lo stesso non possiamo dire a proposito del Belpaese. Marchetti ha imparato bene la lezione americana. Si è alleato per crescere. Facendo una buona “azione” applaudita a Piazza Affari. Una fusione di lusso.