I sussidi paralizzano il lavoro

Sembra una frase scontata, ma non lo è affatto: l’Italia è un Paese fondato sul lavoro e non sui sussidi. Ha fatto molto bene a ricordarlo nei giorni scorsi il ministro del lavoro, Marina Calderone. Intendiamoci. Un conto sono i sussidi mirati per venire incontro a situazioni di oggettive e drammatiche difficoltà di persone e famiglie. Altro conto è quello di ritenere il sussidio una formula consolidata di intervento pubblico, una scialuppa di salvataggio che, alla prova dei fatti, non risolve la questione. Anzi, l’aggrava.
Gli interventi del decisore pubblico a proposito di un tema così centrale come il lavoro devono essere indirizzati quasi esclusivamente per favorire la crescita occupazionale. Venendo così a smontare la zavorra del sussidio, vera palla al piede. Culturalmente ed economicamente. Bisogna dire che le misure introdotte dall’esecutivo in materia di lavoro hanno prodotto risultati confortanti. Infatti, l’occupazione è lievitata molto e oggi – lo dicono i numeri – abbiamo la disoccupazione più bassa di sempre. Cosa significa questo? Semplice: togliendo il salvagente dei sussidi, specie i più giovani si sono messi a cercare un lavoro. E in gran numero lo hanno trovato. Trovando così una soddisfazione personale e, allo stesso tempo, sgravando lo Stato (cioè la collettività) da una voce di spesa francamente imbarazzante.
Insomma: si aiuta solo chi ne ha bisogno, i soggetti oggettivamente più fragili. Era intollerabile che a percepire sussidi fossero persone perfettamente in grado di darsi una mossa per entrare o rientrare nel mondo del lavoro. Una forma di vera e propria mala educazione. Una malintesa e pericolosa pratica a cui è stato posto, finalmente, un virtuoso altolà. Perché l’Italia – ma qualcuno se l’era scordato – è fondata sul lavoro e non sulla viziosa scialuppa di salvataggio dei sussidi.