Cancelliamo il nome «Pmi»

La sigla PMI (acronimo che intende rappresentare le Piccole e Medie Imprese) è oggettivamente obsoleta. Abbondantemente superata dalla realtà. Non ha alcun senso tenere insieme le piccole imprese con quelle medie quando si tratta di elaborare studi e report statistici. Per dimensione e fatturato appartengono a mondi così distanti che farle viaggiare sotto lo stesso acronimo non rende certo un buon servizio. A nessuno. E prima di tutto ai piccoli imprenditori. Perché si fornisce un’informazione distorta e questo non aiuta alla comprensione, specie in momenti di grave difficoltà economica, come quelli che stiamo vivendo. «La categoria delle microimprese, delle piccole imprese e delle medie imprese (PMI) è costituita da imprese che occupano meno di 250 persone, il cui fatturato annuo non supera i 50 milioni di euro oppure il totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni di euro». Questa è la definizione di PMI entrata in vigore dal primo gennaio 2015 in sede di Unione Europea. Si tratta di una definizione ancora troppa ampia; presenta una forbice che anziché aiutare genera confusione. Quale dato percentuale potrà mai essere il più possibile esaustivo per orientare una corretta interpretazione e suggerire iniziative forti ai decisori pubblici se la “voce” a cui ci si riferisce è stonata in partenza? I problemi delle piccole imprese, delle botteghe artigiane (che conosco molto bene frequentandole professionalmente tutti i giorni) hanno drammaticamente un loro specifico. Di cui è fondamentale far riferimento, anche in sede di analisi statistica. Altrimenti si produce un danno e si inquina il dato. Perciò il mio invito è quello di introdurre una sigla tutta per loro. Che le rappresenti per davvero. Direi PI. Piccole Imprese. Solo così si potrà, finalmente, prendere atto dei problemi che le affliggono. Ma, soprattutto, fornire il destro a soluzioni mirate.